Milano .gov

L’amministrazione di MILaNO
iL territorio E Le SUe IdeNtitÀ

da un’idea di Fabio Ranfi

responsabile prodotti editoriali
Elena Inversetti

con i contributi di
Jhander Vera Aguilar
Elena Di Munno

Milano è davvero la Gran Milan. Grande non solo per estensione, ma anche perché composta da numerose ed eterogenee realtà territoriali. Si tratta degli ex comuni limitrofi che, nati e cresciuti ai confini del capoluogo lombardo, col tempo ne sono diventati parte integrante. Sono gli attuali quartieri milanesi periferici che ancora oggi si contraddistinguono per la loro forte identità territoriale.
Si può quindi riassumere in queste poche righe la genesi delle periferie milanesi.

Spesso, infatti, si pensa che Milano sia solo Piazza Duomo, Castello Sforzesco o Corso Buenos Aires, dimenticandosi della città oltre la linea della Circonvallazione della 90 e 91. Il confine che delimita il centro città, stabilito dall’Agenzia delle Entrate, e che viene quasi sempre raccontato attraverso una narrazione incentrata sul degrado e sulla marginalità. Questo approccio tende ad oscurare le mille anime di cui è composta Milano. La periferia, anzi le periferie, non sono terra di nessuno e non sono prive di potenzialità, piuttosto sono la casa per la maggior parte dei Milanesi. 

Come viene amministrata e gestita tutta questa complessità?
La città, dalle zone più centrali fino a quelle più periferiche, è amministrata secondo un modello centralista che dal 2016 prevede la suddivisione in nove Municipi che si sviluppano a raggiera partendo dal centro. Spesso nello stesso municipio convivono differenze sociali, urbanistiche, architettoniche,  infrastrutturali e finanziarie. Basti pensare, ad esempio, all’ormai “modaiolo” e “gentrificato” quartiere Isola che si trova nello stesso municipio del quartiere popolare di Niguarda.

I confini sociali e territoriali si trovano lungo coordinate diverse rispetto a quelle che contraddistinguevano il capoluogo lombardo alla fine degli anni Novanta. Una vera e propria rivoluzione rimodernatrice e amministrativa ha determinato, infatti, radicali cambi di paradigma sul territorio che hanno portato gli attuali Municipi ad adoperare diverse soluzioni al fine di evolversi, mantenendo tuttavia i propri tratti distintivi.

L’evoluzione della città

Dal Risorgimento fino all’età contemporanea, Milano è stata soggetta a trasformazioni amministrative che l’hanno portata ad assumere la struttura che presenta oggi.

Il 1861, per la città e più in generale per l’Italia, segna la fine di un secolare periodo di dipendenza dalle potenze europee, caratterizzato dal susseguirsi delle dominazioni di Spagna, Francia e Austria. Al momento dell’Unità, Milano controlla un territorio di circa 9 Km2, abitato da 169.100 persone e delimitato dalle mura spagnole. Oltre le antiche mura difensive, si sviluppano vaste aree agricole nelle quali sorgevano cascine e borghi che prendevano il nome di Corpi Santi.

1873

Addio Corpi Santi

Nel 1873 i territori dei Corpi Santi vengono annessi a Milano, stabilendo unità dal punto di vista fiscale e amministrativo, e portando la città ad espandersi fino a 76 Km2 con circa 320.200 abitanti nel 1881

1873
1884-1889

Le mire espansionistiche di Milano

L’appena iniziata espansione di Milano induce l’amministrazione a pensare e sviluppare dei piani di regolazione che si realizzano nel modello radiocentrico proposto dall’ingegnere Cesare Beruto. L’obiettivo di questo piano è assecondare lo sviluppo equipotenziale di Milano che ne garantisca l’espansione verso tutte le direzioni.

1884-1889

1918 – 1923

Da Comuni a quartieri

Tra il 1918 e il 1923 vengono annessi alla città undici comuni fino ad allora autonomi: Affori, Baggio, Chiaravalle Milanese, Crescenzago, Gorla-Precotto, Greco Milanese, Lambrate, Musocco, Niguarda, Trenno e Vigentino. L’annessione porta Milano ad avere una superficie di 181 Km2 e 961.877 abitanti nel 1931.

1918 – 1923
1925

La forma attuale

In seguito all’accorpamento dei comuni limitrofi nel 1925 Milano espande ulteriormente il proprio territorio, arrivando ad amministrare le frazioni di Lorenteggio, Corsico, Ronchetto sul Naviglio, Buccinasco, Morsenchio insieme ad alcune porzioni del territorio di San Donato Milanese.

1925

Queste aree, originariamente comuni indipendenti, perdono quasi tutta la propria autonomia, rimanendo sprovvisti di una propria amministrazione locale fino a poco prima degli anni Settanta. Così nel 1968, Milano decide di rispondere alle pressioni della cittadinanza che spinge verso una politica di decentramento, istituendo 20 zone. Queste sono rappresentate da un Consiglio che detiene poteri molto limitati e di sola natura consultiva, diretto da un Presidente nominato dal Sindaco. Bisogna aspettare il 1977 per vedere proposta una nuova regolamentazione, purtroppo mai attuata, che avrebbe dovuto aumentare i poteri del consiglio garantendogli quelli amministrativi. Dal 1999 le zone vengono ridotte a nove, sulla base delle quali, nel 2016, si istituiscono gli attuali municipi.

Focus Quartieri

Milano, per come la conosciamo oggi, si compone di una vasta gamma di realtà territoriali delle quali è possibile illustrare uno sviluppo storico parallelo a quello del capoluogo lombardo. Si tratta di zone che si differenziano le une dalle altre in quanto possiedono una vera e propria identità territoriale. Questi quartieri hanno acquisito, per mezzo di cambiamenti storici, sociali e urbani, caratteristiche tali che li  rendono unici.


LaMBrATe

Le prime informazioni sul quartiere di Lambrate, situato nella zona orientale di Milano, Municipio 3, risalgono al 222 a.C. e raccontano la storia di un villaggio agricolo. Notizie certe emergono dalla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, il quale, facendo riferimento a una mansio ad Lambrum, cita una stazione di riferimento per pellegrini e militari. Maggiori notizie si hanno a partire dal XII secolo, periodo in cui Lambrate viene prima elevata a “borgo imperiale” per essere poi trasformata in feudo durante la dominazione spagnola, nel XVI secolo. Durante questo periodo, la zona di Lambrate assiste ad una prima rimodulazione del paesaggio grazie anche alla costruzione della prima industria bellica, conosciuta anche come “La Polveriera” – luogo in cui verrà poi istituita la sede dei Martinitt. La zona acquisisce così importanza territoriale, tant’è che nel 1751 si può già parlare di Lambrate come di un Comune che vanta di 592 residenti. Il numero degli abitanti continua a crescere, arrivando a 1.621 al momento dell’unità d’Italia ed esplodendo a 5.399 nel 1911, grazie anche alla rivoluzione industriale.

Gli anni Venti del Novecento segnano una svolta decisiva nelle sorti di Lambrate: nel 1923 il Comune perde la sua autonomia e viene definitivamente accorpato a Milano. In precedenza, solo una volta la sua indipendenza era stata minacciata quando, durante l’epoca napoleonica, il Comune viene aggregato al circondario esterno di Milano, recuperando poi l’autonomia nel 1815. Da qui, grandi aree di terreni agricoli iniziano a lasciare spazio alla realizzazione dello smistamento, lo scalo merci e la stazione ferroviaria di piazza Bottini – sede dell’attuale stazione. Allo stesso tempo, si cerca di preservare e valorizzare il paesaggio tipico lombardo con la realizzazione del Parco Lambro, su progetto dell’architetto Enrico Casiraghi nel 1936. L’idea del parco era quella di riprodurre elementi tipici della campagna lombarda in cui risaltasse l’armonia delle colline verdi, delle cascine e dei campi coltivati. Considerato uno dei principali polmoni verdi di Milano, il Parco Lambro offre uno sguardo su quella Lambrate rurale e agricola venuta meno col tempo.

Dopo la Seconda guerra mondiale, a Lambrate si aprono le porte al periodo operaio in seguito a un forte processo di industrializzazione che vede la nascita di importanti aziende. Nel nuovo panorama industriale Lambrate è uno dei maggiori poli produttivi della città e, tra le diverse realtà che vi si stabiliscono, l’azienda meccanica Innocenti è sicuramente quella che più tra tutte è stata in grado di imprimere nella memoria collettiva dei suoi abitanti l’immagine di una Lambrate rinnovata e improntata verso un futuro sulle cui spalle si intravedono le reminiscenze di un paesaggio rurale oramai lontano. La fabbrica gode di tale privilegio grazie anche alla produzione e vendita della celebre Lambretta che si pone come emblema di emancipazione e di un nuovo stile di vita che affascina e chiama a sé soprattutto le nuove generazioni.

Le nuove aziende segnano l’identità di Lambrate anche in termini urbanistici-architettonici, oltre che sociali. Per questo motivo con il cessare delle attività industriali o la loro delocalizzazione, dagli anni Settanta in poi, il quartiere inizia a subire un ulteriore processo di rimodernamento urbanistico.
Diversi complessi industriali lasciano il posto alla costruzione di quartieri residenziali e all’apertura di attività commerciali, mentre altri, come uno degli stabilimenti della Innocenti, conosciuto come “Palazzo di Cristallo”, sono giunti fino a noi come silenziosi testimoni di un’epoca che li ha visti protagonisti del progresso. Oggi, queste strutture ricche di storia e dal design caratteristico, sono al centro di un forte dibattito tra i fautori della demolizione in favore di complessi residenziali o commerciali, e chi vorrebbe invece preservarne la memoria industriale che è parte integrante dell’identità di Lambrate.

Da inizio anni Duemila comincia un processo di riqualificazione urbana con l’obiettivo di valorizzare ex fabbriche e edifici in disuso. Molti sono i progetti come ViviLambrate, rete di associazioni che opera per valorizzare lo spazio pubblico nella sua pluralità, attraverso la partecipazione cittadina e la (ri)scoperta dell’archeologia industriale e il coinvolgimento dei residenti anche per i progetti di riattivazione culturale Dietrolangolo e Scalo Lambrate, uno spazio fisico edificato sullo scheletro di un deposito ferroviario di inizio Novecento. Questo spazio esemplifica al meglio l’attività di riqualificazione in senso artistico-culturale che si propone di ridare vita a spazi che altrimenti sarebbero stati abbandonati o destinati a uso residenziale o commerciale e, pertanto, destinati a portare via con sé le memorie di un passato custodito ancora da poche generazioni.


BAGgiO

Baggio, nel Municipio 7, attualmente è un quartiere dalla personalità poliedrica e multiforme, in passato è stato un comune autonomo le cui radici risalgono addirittura all’epoca celtica.

Una delle prime notizie certe a noi pervenute riguarda il toponimo da cui nascono due speculazioni sulla sua origine: secondo alcuni il nome deriva dal termine Badalocum che faceva riferimento alle campagne e alla strada per Novara, per altri invece il nome “Baggio” deriva da una abbazia o torre del terrapieno denominata bada aggeris, nome che si sarebbe poi trasformato in Badagio, Badalgo, Badaxio per trasformarsi poi nel nome odierno. Baggio nasce come borgo agricolo prima conquistato dai romani nel 221 a.C. e poi razziato e distrutto per mano delle popolazioni barbare. Nel 881 d.C. Tazone da Baggio promuove la ricostruzione del borgo, facendo erigere una chiesa dedicata a S. Apollinare e un campanile – la chiesa è stata poi ristrutturata nel XIX secolo, mantenendo tuttavia l’antico portale e il campanile. Successive edificazioni nel borgo vedono la costruzione di una corte agricola fortificata in epoca longobarda e nel 1162 di un imponente monastero nei pressi della chiesa. La fortuna di Baggio, o la sua epoca d’oro, si può collocare proprio tra il IX e il XII secolo, periodo in cui la famiglia da Baggio, conosciuta anche come Baggi, eleva l’importanza politica e militare della zona grazie anche alla presenza di alcuni esponenti della famiglia che ricoprono importanti cariche nella sfera pubblica, come Papa Alessandro II, nato Anselmo da Baggio, o Anselmo II di Lucca, cardinale e vescovo italiano.

Per un lungo periodo il Comune è stato caratterizzato da attività agricole e tessili che hanno favorito un’intensa rinascita economica. Poco alla volta, territorio e abitanti iniziano ad aumentare: nel 1771 si contano 787 persone e, quasi un secolo dopo, la popolazione arriva a 1.241 abitanti, anche grazie all’annessione di borgate circostanti. In seguito, la rivoluzione industriale investe il borgo agricolo che inizia ad ospitare concerie e filande attraendo un alto numero di operai che da Milano percorrono a piedi la strada principale, chiamata Baggina, su cui si affaccia anche il Pio Albergo trivulzio che per tutti i milanesi diventa immediatamente “La Bagina”. La tratta viene poi rafforzata nel 1913 con la realizzazione della prima linea tranviaria per Baggio.

L’ indipendenza del comune viene soppressa nel 1923 quando, insieme ad altri 10 comuni, tra cui Lambrate, Baggio viene annessa definitivamente a Milano. L’unicità di Baggio consiste nell’offerta di un panorama capace di conservare un’antica struttura e restituire un paesaggio che accosta vie ciottolate e case di ringhiera, tipiche della tradizione lombarda e meneghina, a strutture e offerte ludico-culturali di grande impatto.

Baggio, sia come comune che come quartiere, vede un progressivo aumento di abitanti: a inizi Novecento, in seguito a sovraffollamento e all’aumento degli affitti, e poi fino agli anni Settanta con l’arrivo di molti lavoratori dal Mezzogiorno; per poi aprire le porte anche a flussi migratori su scala internazionale, con provenienza dal Maghreb e dai Balcani. L’offerta paesaggistica di Baggio, oltre al centro storico, comprende anche vaste aree verdi che sono frutto di un progetto di riqualificazione che porta alla nascita del Parco delle Cave, un vanto per il quartiere sin dalla fine degli anni Novanta. La nascita di questa zona naturale è dovuta anche alla partecipazione cittadina che ha sostenuto il progetto, al fine di arrestare il dilagante degrado che rischiava di prendere il sopravvento nelle cave. Il rimodernamento dell’area urbana prevede inoltre la costruzione di nuovi complessi residenziali e di servizi che favoriscono una maggiore mescolanza a livello sociale e, di conseguenza, un’apertura maggiore di Baggio per chi proviene da Milano: a dicembre 2020 l’amministrazione centrale ha chiesto i finanziamenti del Recovery Fund europeo per prolungare la linea M1 oltre la stazione di Bisceglie con attraversamento del quartiere di Baggio e di Quartiere Olmi. Decisione sicuramente destinata a favorire l’accesso al borgo urbano che è pronto ad accogliere i visitatori offrendo passeggiate su strade che rievocano una storia millenaria.


POrtA
VeNeZia

Porta Venezia è un quartiere che prende il nome dell’omonima porta di accesso alla città di Milano che sorge sulle antiche cinte murarie di epoca romana. Durante l’occupazione napoleonica, la Porta cessa di avere una funzione difensiva e diventa monumento. È da queste zone che Renzo Tramaglino entra a Milano e poi fugge verso Bergamo nei Promessi Sposi

Il quartiere, nato in epoca liberty e futurista, è diviso idealmente da Corso Buenos Aires che separa la parte in corrispondenza della Stazione Centrale da quella di Città studi. La prima si contraddistingue per la sua anima multiculturale, artistica e bohemienne, la seconda, al contrario, è pensata come quartiere residenziale impreziosito da palazzi ed edifici in stile liberty. Porta Venezia è un quartiere rinomato per la sua attitudine all’inclusività e all’eterogeneità culturale e identitaria, basti pensare al fatto che sia patria del movimento LGBTQIA+ e che venga riconosciuta, in particolare riferendosi a Via Lecco, come una delle prime Gay Street italiane dopo Via Sammartini. Seppure il quartiere si presenti come uno dei più inclusivi e tolleranti, poiché racchiude al suo interno una preziosa mescolanza culturale e identitaria, bisogna ammettere che non si possa dire lo stesso per quanto riguarda l’appartenenza sociale. Addirittura, si potrebbe dire si tratti di un’enclave nella quale convivono centinaia di minoranze eterogenee da quasi tutti i punti di vista, tranne quello economico. La maggior parte di coloro che frequentano il quartiere, infatti, appartengono ad un ceto abbiente e possiedono un elevato capitale culturale che li pone in una posizione tale per cui si trovano a creare una sorta di isola felice.
Soprattutto per i giovani liceali della provincia, le strade di Porta Venezia, diventano luogo di emancipazione e di espressione della propria identità sessuale e di genere. Si intuisce che la forte attività giovanile che caratterizza il quartiere porti con sé una massiccia frequentazione delle vie di Porta Venezia, in particolare la famosa via Lecco. Il fermento che si crea in queste zone si scontra con le esigenze degli abitanti del quartiere che, infastiditi dai ritmi frenetici della movida milanese, negli anni hanno maturato una forte avversione verso le persone che frequentano i locali. I residenti si lamentano degli scarsi e poco efficaci controlli da parte delle forze dell’ordine. Si nota quindi quanto chi vive nel quartiere si scontra con l’anima vivace di Porta Venezia; da una parte c’è chi concepisce il quartiere come luogo di svago e divertimento, dall’altro c’è chi abita quelle zone e ricerca semplicemente quiete e tranquillità.


NoLO

Un tempo quartiere popolare, negli ultimi anni NoLo si caratterizza per multiculturalità e creatività frutto di un intenso processo di riqualificazione e gentrificazione. Nel corso della storia, la zona si è sviluppata demograficamente grazie a flussi migratori composti principalmente da operai provenienti da tutta Italia, per accogliere poi numerose comunità multietniche che hanno creato un solido luogo di incontro e cooperazione tra italiani e stranieri. Fino al 2012 NoLo non aveva una identità toponomastica, preferendo chiamare la zona Pasteur o Rovereto, in riferimento alle fermate della linea Metropolitana M1. Il nome, acronimo di North of Loreto, lo si deve agli architetti Francesco Cavalli, Luisa Milani e Walter Molteni, rimanendo tuttavia sulla bocca di pochi e crescendo di popolarità tramite il passaparola, fino a diventare a tutti gli effetti un nome socialmente accettato già nel 2016, quando inizia ad essere usato per gruppi social, eventi e nomi di locali, ricevendo infine l’approvazione nel 2019 dal PGT (Piano di Governo Territoriale) da parte del Comune di Milano. Oltre a una precisa identificazione nominativa, il quartiere possiede una precisa delimitazione territoriale i cui confini coincidono con quelli di Loreto a Sud, Turro a Nord, Greco ad est e Casoretto a ovest.

Tra gli attori principali della riqualificazione di NoLo ci sono gli stessi residenti che, volenterosi di (ri)appropriarsi degli spazi urbani, hanno lanciato diverse iniziative per promuovere il coinvolgimento degli abitanti al fine di stimolare una partecipazione attiva anche tramite attività di yoga, giardinaggio, biciclettate urbane. L’intento è quello di riscoprire un nuovo modo di vivere gli spazi e incentivare l’occupazione e l’imprenditoria locale, ciò permette anche alla zona di lanciare e affermare la propria immagine che altro non è che espressione di una precisa identità culturale, economica e sociale che si è delineata poco alla volta sul bisogno di adeguarsi alle esigenze di un mondo sempre più soggetto a nuove spinte culturali internazionali inclusive ed accessibili. Chiaro esempio di questa tendenza è data da NoLo Social District, ovvero una social street creata da Daniele Dodaro nel 2015. Daniele Dodaro è un semiotico e ricercatore di mercato che dirige una società di ricerche denominata Squadrati, nato a Cosenza e residente a Milano dall’età di 24 anni ora viene conosciuto dai residenti come “il Sindaco di NoLo” in seguito all’ideazione della social street. NoLo Social District era inizialmente  un gruppo privato di Facebook per coloro che vivevano e lavoravano nel quartiere, poi il gruppo è cresciuto dando origine a diverse iniziative che incentivano i vicini di casa alla collaborazione e alla creazione di una rete familiare e amichevole di quartiere – ci sono colazioni di quartiere, gruppi di corsa, tour guidati e gratuiti e molti altri. La social street, dice Daniele Dodaro in un’intervista per Zero, «ha riempito […] NoLo di contenuti interessanti e occasioni di incontro che hanno migliorato la qualità della vita e la coesione sociale nel quartiere». Questo progetto nasce e si sviluppa in quello che potrebbe essere considerato un vero e proprio laboratorio urbano, in cui la sperimentazione di un nuovo modo di vivere la città ha permesso a NoLo di differenziarsi dalle altre zone milanesi affermando una identità unica nel suo genere.


ISOLa

Dove in precedenza sorgeva una rigogliosa campagna, a inizio del XX secolo, viene costruito il quartiere di Isola. Il toponimo è un chiaro riferimento a quella realtà agricola in cui gruppi di campi erano delimitati da corsi d’acqua che davano agli appezzamenti forme a “isola” – nel tempo si è diffusa anche l’idea secondo cui il nome derivi dal fatto che la zona sia stata isolata dal resto di Milano dalle infrastrutture ferroviarie. L’effettivo isolamento ha dato al quartiere la possibilità di costruirsi una propria identità determinando così un diverso sviluppo dall’architettura urbana che ha incentivato la presenza di piccoli esercizi commerciali e lo stabilirsi di nuclei familiari diversi tra loro che hanno dato vita a una mescolanza multiculturale.

Nel corso del Novecento il quartiere si è caratterizzato principalmente per la forte componente operaia, favorita dalla presenza di fabbriche, della stazione ferroviaria e dalla vicinanza di grossi stabilimenti, tra cui Pirelli. Questo ha permesso a Isola di assumere quel tratto identitario di taglio operaio e artigiano che l’hanno accompagnata fino alla Seconda guerra mondiale, momento in cui si trasforma in zona commerciale sulla spinta di una forte rigenerazione urbana e sociale che ha investito Milano. Parallelamente, a inizio secolo si sviluppa anche un’intensa forma di microcriminalità chiamata ligera, la malavita milanese, che vede il suo picco nell’immediato dopoguerra per trovare poi fine negli anni Ottanta con l’assalto al portavalori di via Osoppo. La ligera si era particolarmente intensificata nella zona di Isola in cui vivevano alcuni banditi diventati celebri come “il boss dell’isola” Ezio Barbieri. Questo tipo di criminalità è stata in grado di lasciare un’impronta tale da essere ricordata nelle canzoni popolari, come Porta Romana Bella e Ma mi. 

Negli ultimi anni si è invece sviluppata una nuova anima internazionale e moderna che ha visto la nascita di un paesaggio urbano avanguardistico, frutto di una progressiva rivalutazione accompagnata da una graduale gentrificazione che sta portando alla sostituzione del ceto popolare e operaio. La transizione a cui è soggetta isola sta radicalmente modificando sia l’aspetto architettonico che quello identitario. Nel primo caso, la riqualificazione ha portato alla nascita di progetti che hanno riscontrato successo su scala internazionale, come il Bosco Verticale edificato all’interno del più generale Progetto Porta Nuova. Le due torri, frutto di un progetto di riforestazione urbana, sono state progettate da Boeri Studio e inaugurate nel 2014. Da quel momento il Bosco Verticale costituisce una tra le peculiarità più emblematiche del territorio milanese, la sua rilevanza si riscontra dai riconoscimenti internazionali che lo vedono come uno dei grattacieli più belli, iconici e innovativi del mondo. Il rimodernamento urbano causa, tuttavia, non pochi malcontenti tra gli ‘isolani’, i quali esprimono timore di perdere la propria identità e l’autenticità che un tempo li definiva, basti pensare alla differenza nell’attribuzione dei confini di Isola che differisce tra abitanti e amministrazione comunale: nell’ottica di chi ha vissuto e vive il quartiere si una ha delimitazione più circoscritta, delineata dalla memoria emotiva che definisce in modo chiaro e conciso gli spazi urbani. Nella prospettiva amministrativa, al territorio vengono attribuite aree estranee all’identità territoriale, facendo così rientrare spazi che non trovano riscontro nella mente di coloro che hanno vissuto il quartiere nella sua reale estensione sociale.

Un tempo quartiere isolato, così come suggerisce il nome, grazie alla sua ampia offerta ludico-culturale oggi Isola esercita una forza centripeta capace di attirare a sé un ampio spettro generazionale: si va dalla Casa della memoria, edificio rivestito di mattoni policromi che esibiscono disegni e scene del dopoguerra milanese, strade colorate frutto di una nuova e rinnovata espressione artistica e progetti volti a migliorare la qualità della vita del quartiere, ma anche a creare inclusione  e senso di appartenenza nella prospettiva di una più ampia esperienza del vivere la città. Si parla in questo caso delle Isole Lilla, casotti di legno colorati di lilla che mettono a disposizione mappe del quartiere in cui risaltano i principali punti di interesse ma non solo, infatti gli isolotti fungono anche da punto di riposo e lettura all’avanguardia in quanto in essi è possibile caricare il proprio cellulare con apposite porte USB.

Il gioco dei 9, Municipi

Il Municipio 1 corrisponde al centro della città, è l’unico municipio che presenta una struttura circolare ed è racchiuso nel perimetro delle mura spagnole. Quest’area comprende alcuni tra i più famosi punti di interesse della città tra cui il Duomo di Milano, il quadrilatero della moda, Galleria Vittorio Emanuele e Parco Sempione.
Il Municipio 2 si estende tra la Stazione Centrale e la periferia rurale di Milano mentre il Municipio 3 è una zona che ha assunto una nuova identità creativa espressa nell’acronimo NoLo (North of Loreto) che segna la fine dell’identità popolare del quartiere. Comprende poi l’area di Porta Venezia, famosa per gli edifici in stile Liberty, Corso Buenos Aires e il quartiere di Lambrate.
Il Municipio 4 comprende i quartieri di Lodi, Brenta, Corvetto, Porto di Mare e Rogoredo. Infine, all’interno di questo municipio si trovano due delle principali porte di Milano: Porta Vittoria e Porta Romana.
Il Municipio 5 comprende la Porta Ticinese ed è composto da alcune frazioni urbane che costituivano i “Corpi Santi di Milano”.
Il Municipio 6 si estende dalla zona Navigli fino ai confini tra la città e il Comune di Corsico.
San Siro e Baggio sono invece comprese nel Municipio 7 mentre il Municipio 8 vanta la presenza del Cimitero Monumentale, del quartiere Chinatown e City Life. In ultimo, il Municipio 9 comprende la famosa Piazza Gae Aulenti, Porta Garibaldi, Isola e Porta Nuova, i più esterni Niguarda e Comasina e senza dimenticare i distretti universitari di Bovisa e Bicocca.

Superficie del Comune di Milano
181,67
  • Km2
Abitanti
1,352
  • milioni
MunicipioSuperficieAbitantiDensità
19,67 Km29.853110.189
212,58 Km2162.09012.884
314,23 Km2144.11010.127
420,95 Km2161.5517.711
529,87 Km2126.0894.221
618,28 Km2151.2918.276
731,34 Km2175.4655.598
824,72 Km2188.3677.941
921,12 Km2187.7738.890

Innanzitutto, è bene ricordare che ogni municipio prevede la presenza di un Presidente, una Giunta, un Consiglio. Il Presidente di Municipio è una figura eletta direttamente e a suffragio universale che nomina una Giunta a cui assegna le relative deleghe. Il presidente, infine, rimane in carica fino alla scadenza del mandato del sindaco. La Giunta di Municipio è un organo esecutivo presieduto dal Presidente, composto da massimo tre Assessori nominati dal presidente. Il Consiglio Municipale è un organo d’indirizzo e controllo amministrativo del municipio che è composto da trenta consiglieri eletti e il Presidente. Alle sedute del Consiglio possono partecipare passivamente gli Assessori nominati esternamente al Consiglio Municipale, il Sindaco, il Presidente del Consiglio Comunale, gli assessori e i consiglieri comunali.
Organo amministrativo che è bene citare è la Conferenza dei Presidenti di Municipio. Si tratta di un organismo composto dai nove Presidenti e dal Sindaco che presiede. La Conferenza rappresenta l’integrazione tra il potere amministrativo centrale e quello locale. Ha la finalità di favorire il coordinamento delle iniziative riguardanti l’intero territorio comunale o quello di più Municipalità.

Questo modello amministrativo causa la progressiva diminuzione dei poteri, delle funzioni e delle risorse delle Istituzioni locali; inoltre l’eccessiva burocrazia rischia di rendere lenta e inefficace la risoluzione di problemi locali, in quanto in capo agli organi centrali. Ne deriva un sovraccarico di deleghe sulle spalle dei poteri centrali che crea una situazione di paralisi che rallenta il processo burocratico. 

Inoltre, la storia evolutiva del sistema amministrativo milanese aiuta a capire quanto l’integrazione del governo centrale e locale sia una tematica complessa e continuamente messa in discussione, tanto da essere motivo di scontro politica fin dal 1968. A partire da quel decennio, infatti, si comincia a ragionare sugli effetti negativi della mancata rappresentanza delle realtà locali all’interno di un sistema amministrativo di una grande città come Milano. Ne è conseguito un lungo dibattito che ha portato alla definizione di diverse soluzioni, si pensi, per esempio, all’iniziale suddivisione della città in venti zone, poi diventate nove e, infine, alla più recente istituzione dei Municipi. L’obiettivo principale di tale ridefinizione, è stato, fin dall’inizio, quello di individuare una fisionomia urbana che potesse agevolare uno sviluppo quanto più possibile omogeneo, evitando squilibri tra centro e periferia. Questo intento si è scontrato con le effettive differenze tra le diverse aree della città, che necessitano di un piano amministrativo che tenga conto delle specificità locali, delle diverse identità, nonché delle potenzialità. Un valido esempio dell’applicazione di questo approccio si trova nel quartiere di Lambrate che è il risultato del connubio di tre anime: agricola, industriale e artistico-culturale. Il repentino mutamento subito da Lambrate ha portato la sua cittadinanza ad interrogarsi circa la propria identità e la propria vocazione. Per quanto riguarda la prima, si è voluto lavorare sulla costruzione di un senso di appartenenza territoriale sulla base della memoria storica del quartiere, ripercorrendo la storia attraverso il mutamento geografico. Di conseguenza, è stata interrogata la cittadinanza in merito a questioni di riqualificazione urbana, come testimonia il piano di ristrutturazione di Piazza di Rimembranze di Lambrate che è diventato esempio tangibile di una riqualificazione partecipata. https://www.triwu.it/lambrate-storia-straordinaria-partecipazione
http://www.vivilambrate.org/pagina.phtml?_pagina=chi_siamo 

OLtre Il -c-o-N-f-i-n-e-

Per quanto possa sembrare che il concetto di confine abbia un significato pressoché univoco, bisogna distinguere due diverse accezioni del suo utilizzo: da un lato è usato come strumento cognitivo e dall’altro come strumento amministrativo.

Il primo rimanda all’appartenenza di un individuo e/o di una comunità al territorio, che si fonda sull’utilizzo del concetto di confine come archetipo per delimitare non solo il dentro dal fuori, ma anche il simile dal diverso e, di conseguenza, ciò che ci appartiene e ciò che non ci appartiene.

Secondo tale accezione, la percezione umana del territorio porta con sé un particolare modo di delimitare lo spazio che spesso non trova riscontro nei confini politici-amministrativi.

Il secondo utilizzo del concetto di confine rimanda invece all’organizzazione territoriale. Delimitare il territorio in questo senso significa partizionarlo in diverse zone nel caso di Milano, in municipi, in modo da rendere più agevole la sua amministrazione. Spesso accade che i confini politici non corrispondano ai confini di appartenenza, un esempio tangibile si riscontra nel quartiere di Isola, come testimonia la sovrapposizione della mappa che definisce il Quartiere Isola secondo il Comune di Milano (mappa rossa) con quella che viene usata comunemente dai cittadini del quartiere (mappa blu).

Questa discrepanza, per quanto possa sembrare insignificante, rischia di portare con sé delle implicazioni che renderebbero poco agevole il dialogo tra il governo locale e il governo centrale, precludendo la possibilità di implementare politiche di sviluppo che possano essere quanto più integrate e focalizzate sullo sviluppo locale sulla base delle specificità territoriali.

CeNtraLizZare O DeceNtraRe?

Essendo ancora aperto il dibattito, sono molte le alternative al sistema centralista che negli anni sono state proposte: c’è chi auspica una progressiva espansione del territorio milanese in modo da annettere i comuni limitrofi ancora autonomi, così da dare vita a nuovi municipi. C’è chi spera in una maggiore delega dei poteri ai Municipi esistenti in modo da renderli sempre più liberi di autogestirsi, senza dover dipendere dall’amministrazione centrale per ogni decisione .

Alcuni pensano che per perseguire questo obiettivo sarebbe opportuna una maggiore partecipazione cittadina, mentre altri preferirebbero una maggiore pressione del governo locale sul governo Statale, in modo da indurlo ad aumentare i poteri e le deleghe al decentramento. È certo che ci sia un comune disagio a causa della poca considerazione che viene riservata ai governi municipali e alle problematiche che ne derivano, basti pensare alle proposte politiche per le elezioni municipali 2021. In qualunque programma elettorale, a prescindere dal Municipio di appartenenza e dal colore politico, non sono mancati punti dedicati allo sviluppo delle zone periferiche e ad un ripensamento sul modello di cooperazione infrastrutturale con il l’amministrazione comunale.

Resta quindi aperta la questione: non si è ancora arrivati ad individuare un modello congeniale che possa risolvere i problemi che interessano i diversi municipi ma è certo che si debba partire da maggiore considerazione delle zone periferiche, non solo in quanto oggetti dell’amministrazione milanese, ma soprattutto in quanto soggetti chiamati a cooperare per lo sviluppo cittadino.

Ciò che però si nota è che le varie proposte peccano di troppo poco pragmatismo che porta i programmi elettorali a scontrarsi con la realtà che spesso finisce per minare la loro applicabilità.

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– Walter Cherubini, Consulta Periferie Milano