Articolo di Caterina Buracchi

La parola d’ordine dell’Umano #0.5 è “meraviglia”.  Lo stupore davanti alla meraviglia è spontaneo, un sentimento vivo che si manifesta senza essere ricercato. Proprio perché spontanea, il nostro Umano è in grado di suscitare questa candida ammirazione anche in momenti tragici, in cui gioire sarebbe l’ultimo dei pensieri. La sua storia ci dimostra che il detto “si ride per non piangere” sottovaluta molto il potere della risata, in grado di disinnescare la disperazione.

Questa è la storia di Marco Rodari.

Le scuole di vita vicino a casa

A Marco è sempre piaciuto far ridere, è il suo talento naturale. L’incontro con l’intrattenimento avviene molto presto: alla scuola materna, mentre da adolescente viene chiamato a fare l’animatore in oratorio. Scopre di riuscire ad entrare facilmente in empatia con i bambini, la sua simpatia gli permette di coinvolgere e relazionarsi con tutti.
Riuscire a divertire in questi contesti è facile, sono gli ambienti più adatti, ma se si dovesse far ridere dove è quasi impossibile? Marco a diciotto anni accetta la sfida e va a fare il pagliaccio nel reparto di pediatria dell’ospedale di Varese, dove è attivo un progetto di clowterapia. Affrontare la sofferenza altrui non blocca il nostro giovane volontario, anzi, lo sprona a cercare di distrarre, almeno per un po’, da quella condizione. Caratterizza al meglio il suo personaggio da clown e affina l’abilità di non lasciarsi fermare dal dolore, anche quello che appare come il più ingiusto. I suoi maestri sono il Clown Margherito e il mago Sales. Fare il clown in corsia, però, richiede una formazione apposita, l’empatia non basta quando cerchi di essere portatore di resilienza.

Clownterapia, la risata che cura

La clownterapia, o terapia del sorriso, viene teorizzata negli anni Settanta da Patch Adams. Da adolescente era stato ricoverato in una clinica di cura per malattie mentali, a causa di una forte depressione. Dopo questa esperienza, pensa a una vera e propria teoria della felicità con l’obiettivo di garantire un benessere completo alla persona. Si iscrive con entusiasmo alla facoltà di Medicina. In questa sede si rende conto di essere controcorrente: l’attenzione dei futuri medici verte essenzialmente sulle patologie, non sul paziente. Solo negli anni Ottanta compaiono i primi clown-dottore e la teoria del benessere mentale legato a quello fisico arriva in corsia. Nel decennio successivo la visione di Patch Adams sbarca anche in Europa grazie alla Fondazione Dottor Sorriso e la clownterapia diventa così parte integrante del programma ospedaliero. È scientificamente provato, infatti, che i tempi di degenza diminuiscono se il paziente si trova in uno stato più sereno, così come diminuiscono le somministrazioni di analgesici. Contemporaneamente aumentano le difese immunitarie e il livello di endorfine. Dal punto di vista psicologico il sorriso aiuta tutti: i pazienti, i loro parenti e le figure che lavorano all’interno dell’ospedale. Il clown non è dunque un semplice pagliaccio, ma una figura professionale qualificata: la formazione è continua e intensa.

Lasciare casa per una chiamata

Quando alcuni amici dell’oratorio cominciano a partire in missione, chi vicino e chi molto lontano dai confini nazionali, Marco sente l’esigenza di misurarsi con altre realtà, di fare la propria parte in quel grande sistema di aiuto disinteressato al prossimo. Comincia così ad accompagnare questi amici in missione in giro per l’Italia, durante le vacanze estive.
Mentre fa il volontario, Marco è sicuro di una cosa: è felice. Non sente la mancanza delle comodità di casa e portare sollievo ad altri lo fa sentire davvero appagato.
Le missioni cominciano così a riguardare luoghi sempre più lontani, finché nel 2005 dice “sì” ad una missione in Medio Oriente. Si tratta di una svolta.

Ho semplicemente risposto a chi, di volta in volta, mi ha chiamato e ho seguito l’esempio di persone che per me sono stati dei maestri

Prima in Egitto e poi a Betlemme si occupa di costruire luoghi di aggregazione e di sostegno per gli abitanti, come una piccola città per la carità e una casa per bambini disabili. Poi un giorno un amico missionario lo chiama: gli è stata affidata l’unica parrocchia cattolica nella Striscia di Gaza a cui manca un oratorio. Marco, anche stavolta, parte. Armato di naso rosso, esperienza e soprattutto voglia di realizzare altre speranze concrete.

Ricostruire case per gli altri e trovarne di nuove per sé

Non è certo facile mantenere il desiderio di cambiare in meglio il mondo, mattone su mattone e sorriso su sorriso, sotto le bombe di chi, invece, vuole cancellare tutto. Il primo bombardamento vissuto da Marco è davvero sconvolgente. Lui dice di aver assistito al fallimento dell’umanità.
Ma i primi ad avvicinarsi, dopo la scarica di bombe, sono i bambini. Vogliono giocare, vogliono vedere quali magie riserva il clown per loro. Loro, che la pace non sanno cosa sia, non hanno tempo da perdere per metabolizzare cosa sia quella distruzione intorno: hanno bisogno di ridere. Vogliono la meraviglia.

La capacità rigenerativa del nostro volontario risponde ad altre chiamate dopo Gaza, e il clown, che nel frattempo si fa chiamare Il Pimpa, approda a Baghdad e ad Aleppo. La Palestina, l’Iraq e la Siria diventano le sua casa per sei mesi all’anno, due mesi in ogni Paese, in cui Marco viene sempre accolto da orde festanti di bambini e genitori. Durante la sua assenza sono presenti altri clown, tanti formati da lui, per non lasciare un vuoto in quei luoghi che già mancano di tanto.

Nel 2015, dopo aver collaborato con tante realtà umanitarie internazionali, Marco fonda la sua associazione: “Per Far Sorridere il Cielo, Claun il Pimpa”. Opera in Italia, procurando sostegno medico e alimentare alle famiglie bisognose, portando clownterapia in numerosi ospedali, e all’estero, dove si occupa di bambini che hanno subito traumi psico-fisici a causa della guerra e ricostruisce case abbattute dalle bombe.

Far ridere e portare la meraviglia è una cosa seria, perché:

Se diamo ad ogni bimbo la possibilità di sognare e quindi di pensare che nella sua vita potrà fare qualcosa di bello, da grande non farà la guerra

Sicuramente qualcuno che sceglie la violenza c’è, ma chi la subisce e la maggior parte di chi la fa, no. Marco ci ha raccontato di aver conosciuto militari che si sono ritrovati un’arma in mano come unica scelta per poter difendere se stessi o la propria famiglia.

A casa per testimoniare e costruire anche lì

Il lavoro del Pimpa non si ferma quando si trova in Italia. La sua preziosa testimonianza non è fine a se stessa quando raccontata a chi ne sa trarre ispirazione per fare la propria parte. Marco racconta quello che ha visto con i suoi occhi ma in realtà la sua voce è solo un mezzo per darne ai bambini della guerra. I progetti nelle scuole non sono solo volti a mostrare ciò che la guerra è, ma a pensare a soluzioni di pace:

Anna, 4 anni: “Per fermare la guerra basterebbe mandare tutti i soldati in vacanza al mare”
Annalisa, 10 anni: “Se ci si tiene tutti per mano nessuno potrà più premere il grilletto”
Matteo, 15 anni: “Dare ad ogni vita la giusta importanza, determina la pace”

Formare una sensibilità attiva fa fronte al cinismo più freddo.
Far conoscere la meraviglia fa nascere la speranza più inflessibile.
Tutto questo lo fanno delle persone con un naso rosso, ma Marco ci insegna che possiamo farlo anche noi in qualunque contesto e che è importante.

Chi ha una cosa bella da fare, non fa la guerra

Lui è Marco Rodari.

E tu? Che razza di Umano sei?

Vuoi sapere qualche aneddoto in più del nostro Umano #0.5? Allora ascolta il nostro podcast e immergerti ulteriormente nella storia dei nostri resilienti umani!