Articolo di Francesco Angelone

Ho scelto l’ombrello sbagliato, forse anche l’uomo sbagliato e chissà cos’altro nella mia vita.
E’ chiaramente troppo grande e gonfio, questo ombrello, al piegarsi del vento e della neve.

La neve di Milano ha un percorso ed un modo tutto suo di cadere. Non è paragonabile ad altri posti.
Cade di sbieco e addirittura, quando e se le va di prenderti pure un poco di più per i fondelli, ritorna verso il cielo, a restituirsi a sé stessa.
Perché tu non le appartieni e lei non ti appartiene, neanche dentro un ricordo.
Te lo puoi scordare, che lei ti resti tra le mani e le tue mani restino in lei, perché lei non ragiona così, non qui.
E’ l’unica la neve a cadere su di me, a solleticarmi i nervi, perché mi vuol bene, forse, oppure fa finta, almeno per un poco.
Sembra farlo solamente con me, ma secondo me la fa con tutti e fa credere a tutti che lo fa solo con ciascuno di loro.

Alla fine, senza chiedere poi tanto il permesso a nessuno, si riposa un poco le gambe, sul cemento armato di Crocetta.
Scacchiera vivente, Crocetta è enorme e lunghissima e complessa, con pedine che non possono giocarsela troppo, che non è un gioco questo. Un milanese sui settanta, col solito capello in testa, mezzo piegato di lato come si conviene, recita la solita storia.

Lo fa tutti gli anni, mi dice un altro passante.
Del tipo era pure ora, che quest’anno niente, che Milano senza la neve e tutto quanto il resto. 
Il vecchio va a braccio e non usa un testo scritto, non ha appunti. Semmai giusto un piccolo canovaccio, ma poi sul resto improvvisa, a seconda dell’intensità imprevedibile del maltempo.

Oggi è il mio primo esame alla Statale.
Io sono assonnata, con le gambe rotte, i piedi che vanno da soli, la voce ancora non testata.
Ho ripassato fino a non ricordare niente più e poi ho deciso di chiudere un poco gli occhi, giusto un poco, un momento solo.
Di quello che è successo dopo, non ricordo niente. Stanotte però ricordo che ho sognato che la voce andava via del tutto e proprio davanti al professore.
Allora spero mi interroghi un assistente, ma la mia speranza non risulta neanche consolante.
Gli assistenti per sondaggio sono molto più frustrati e non hanno molto da perdere.
Insomma se possono ti odiano, perché anche tu esisti e anche tu ami studiare quello che è stato scritto prima di te.

Il sogno finiva comunque in quel modo lì ed io stanotte finivo di dormire ed anche di respirare per un poco.
Il tempo di notte non segue il tempo di giorno. Va per i cavoli suoi secondo regole tutte sue, che non mi appartengono.

Sono due divinità diverse, il Tempo del giorno e quello della notte, che probabilmente si odiano anche.
Odio profondamente questo dio tronfio, non fa per me, non la penso come lui e lui lo sa bene.
Gliel’ho già detto più volte che è un bastardo.
I calmanti stanno lì. Io li ho guardati, li ho giudicati, li ho schifati e mi sono rigirata di nuovo nel letto.

Mi ha svegliato il rumore del tram fermo.
Se volete capire quale è il rumore di un tram fermo a Milano, immaginate il motore dello zucchero filato, oppure del frigo.
Alla fine è andata ed eccoci qua.

La metropolitana di Milano lasciamola perdere. Quando nevica diventa una piccola bolgia infernale.
In questo devo dire che non le manca davvero niente: ombrelli che sbattono sulla banchina, ladri che sghignazzano per la buona occasione del giorno, biglietti non timbrati e ancora meno controllati, attacchi di panico che svolazzano qua e là come caramelle buttate all’aria.
Uscirne con le costole al loro posto è avere già passato un esame.
Credo che la metropolitana di Milano sia uno dei seri motivi per i quali la gente lascia gli studi. 
Le scale esterne sono scivolose, tutte bianche, niente sale per terra e troppe, davvero tante e bianche, troppo bianche, fastidiose pure da guardare.

Io in qualche modo riesco ad arrivare in fondo a Corso di Porta Romana e giro a destra.
Dietro la grande chiesa benedicente, che mi appare per la prima volta con ruolo differente.
Faccio il mio segno della croce, non per fede ma per superstizione.
Non voglio avere nemici in cielo, almeno per oggi.

Giro i tornelli e mi ficco dentro il corridoio della morte oppure della vita. Questo lo saprò solo al mio ritorno a casa.
A destra un graffito con tre guappi, stile Don Rodrigo, stilizzati in bianco e nero.
Non li guardo, stamattina mi fanno impressione pure loro ed io non sono neanche Lucia.

Mi chiamo Chiara e al momento non voglio sposare proprio nessuno.
Eccola la mia bellissima università, antica, maestosa, che sembra il Castello Sforzesco, ma senza torri e sentinelle.
Cortile interno, prima a destra, deviazione impalcatura fredda, e poi dritto giù.
Una fiumana di illusi come me, illusi per gradi differenti di verità o menzogna, tolgono aria l’uno all’altro.
Ed io sono da sola, con la neve, ed il vento, e l’aria mia presa da sconosciuti, e la mia rabbia ed un ombrello mezzo rotto, prima fregatura della giornata.

Francesco Angelone