Il sabato sera siamo sempre buttati tra i marciapiedi dei Navigli Vecchi, a non fare niente. Per gli altri Milanesi, noi non facciamo niente, mentre per noi è sempre sabato sera.
Noi gruppo di invisibili siamo i custodi dei Navigli Vecchi, ne guardiamo gli argini, lo scorrere lento dell’acqua. Vai a saperlo cosa facciamo davvero, sicuramente siamo loro ospiti. Questa non è casa mia, non lo è mai stata e non so se lo sarà mai.
Per il colore della mia pelle
per i versetti della mia religione
per i pensieri che sono sempre solo pensieri miei, nella mia lingua, quindi incomprensibili
per il fatto che forse, se mi taglio, non ho neanche il sangue rosso e che forse neanche si rimargina.
Non ho mai provato per fortuna e gli altri non hanno mai provato a controllare per me, non per adesso, mi è andata bene. So che invece a tanti amici miei è successo e so anche che il colore è rosso.
Rachele è un’ora che mi fissa. Dicono che gli piaccio e che però si vergogna. Io non mi vergogno, per niente, ma non ho proprio fantasia, non stasera e non qui. Non ho neanche soldi per offrirle da bere e una mezza sigaretta.
A Milano se non hai i soldi non sei niente. Se non fai girare i soldi è meglio che un giro te lo fai da solo. Allora mi butto ai piedi di un ponticello, di un secolo molto più antico di mio padre. Fanno tutti quelli che sono profondi, ma poi, se non hai i soldi, non ti fanno neanche lavare.
Mia mamma la sto facendo disperare. Non sto mai a casa e, quando ci sto, se lei mi parla, io alzo la voce e la sovrasto come il figlio che non sono. Ho fame e le voglio bene, ma questi sono dettagli.
Le acque di questi canali mi mettono sempre i brividi. Fanno un gran casino, ma tu di notte neanche le puoi vedere. Ti devi fidare, che ci sta qualcosa, sotto di te, che si muove e muoverti su quella fiducia. Se guardi in alto vedi il Duomo, tanto alto da fare schifo. Non ti ci potresti arrampicare con le corde, sulle guglie. Ma se ti guardi i piedi non vedi proprio niente.
Non sto così male in questa fottuta città. Se ti fai i fatti tuoi, la gente ti lascia in pace. Ma se tu svieni per strada, la stessa gente ti cammina sopra, sennò fa tardi. E non si può fare tardi, non a Milano. Per il resto questa città è passabile.
Secondo me non vi fa paura niente a voi Milanesi, solo il tempo vi fa una paura fottuta, è troppo, è tanto, è assai. Allora fate finta che non esiste, così eliminate il problema vero, che forse, magari, alla fine della fiera siete voi. Per questo vi circondate di tanta ordinata bellezza, talmente ordinata che non le puoi dire niente o trovarle un difetto.
Io stasera qui non ci volevo neanche venire. Dicono che ci sarà da fare gli uomini ed io sono solo un mezzo ragazzino colorato. Alla fine finisce che mi mettono in mano una pistola e mi dicono di sparare agli sbirri. Ecco lo sapevo, adesso chi glielo conta a mamma, che quella mi ammazza e fa pure bene. Dicono che se non sparo non sono del branco. Ma io non faccio parte di nessun branco, gli dico. Poi Rachele aggiunge la sua, che se non sparo lei pure me la scordo. Io alla fine faccio proprio quello che non voglio.
Un colpo parte e taglia l’aria intera per tutta la strada, lunga, stretta, infinita, piena di locali e di soldi e di risate. Rachele ride di me. Che cazzo ti ridi, le dico, cosa ridi, che io adesso sono perso, cosa ridi, che al gabbio adesso ci marcisco. Lei non ride più, si fa seria e poi non mi ride più. Io vorrei sprofondare dentro l’acqua che non si vede, prima che qualcuno mi carichi sopra una volante, prima che lo sappia mamma. Dico al branco di dimenticarsi di me.
Io non sono di Milano e voi neanche fate parte del mio cuore.
Francesco Angelone
