Articolo di Fabio Ranfi

Il 2020 è stato un anno che ci ha mostrato e obbligato nuove modalità di vita: metà del paese ringrazia internet, l’altra metà oramai odia con tutto il suo cuore i propri monitor. Oramai l’intermediazione è diventata parte fondamentale delle nostre vite: aperitivi su Zoom, colloqui su Skype e sessioni di Dungeons and Dragons su Discord sono diventati parte fondamentale della nostra agenda. C’è chi trova questo distanziamento una benedizione, una risoluzione al problema del parcheggio quando si va a fare l’aperitivo, c’è invece chi si sente perso perché non ha più il piacere di aspettare il tram 18 minuti dopo una serata conclusasi troppo tardi.  

L’anno scorso in queste stesse ore il mondo si preparava alle diverse parate legate al movimento Pride che avrebbero riempito l’agenda di molte città italiane, non senza polemiche.

La storia del movimento Pride è oramai stata raccontata così tante volte dai giornali, che dal primo giorno di giugno (mese del Pride) cominciano a interessarsi all’argomento, che diventa quasi ridondante ripeterla, ma comunque necessaria.

Si inizia con gli Stonewall Riots: scontri violenti tra la comunità LGBT di New York e la polizia che dal 28 giugno al 3 luglio del 1969 incendiarono la discussione non solo sulla police brutality, tema tutt’oggi presente e infiammante visti gli eventi di Minneapolis di quest’ultimo mese, ma anche sulla necessità di riformare un sistema che discriminava sistematicamente le parti liminari della società, un sistema che era definito anti-gay. La miccia si accese il 28 Giugno dopo l’ennesimo raid della polizia newyorkese nello Stonewall Inn, uno dei tanti locali in cui la comunità LGBT di New York si i riuniva. Nelle ore successive l’intera comunità si mosse a sostegno del locale come segno di protesta. Una cosa che però ci si dimentica è che non c’erano solo uomini bianchi gay a fronteggiarsi con la polizia.

La comunità che si mosse comprendeva diverse identità appartenenti a diverse etnie: Marsha P. Johnson, ad esempio, era una Drag Queen gender non-conforming, ovvero, non definiva la propria identità di genere in termini binari, altro caso era Sylvia Rivera, una persona che si è definita con più termini per descrivere la propria identità di genere, utilizzando gay man, gay girl e drag queen, reclamando e rivendicando un utilizzo positivo del termine transvestite, travestit*. Due esempi delle tante espressioni che la comunità LGBT fin dall’inizio aveva al suo interno: la comunità LGBT infatti è per natura un cappello enorme che non “copre” solo persone omosessuali cisgender, ovvero la cui identità di genere corrisponde al proprio sesso biologico, ma comprende anche una miriade di differenti identità, orientamenti sessuali, orientamenti relazionali e etnie.

Andando avanti veloce di cinquant’anni esatti, ci ritroviamo nel 2019 sopra uno dei tanti carri che sfilava tra le vie del centro di Milano, in un’immagine che al giorno d’oggi sembra praticamente irreale: ve li ricordate gli assembramenti di decine di migliaia di persone con a malapena lo spazio per respirare? Con quaranta gradi all’ombra e quindici corpi sudati che ti si strusciano addosso ballando Myss Keta?

Un piccolo balzo ancora, cinquantuno anni avanti rispetto Gli Stonewall Riots, anno 2020, ed il Pride, che non è più Gay Pride da un po’ di tempo, è online, su Zoom. Alla meglio con una diretta su Facebook, e noi di Milano Allnews potremmo tranquillamente dare un paio di consigli.
Comunque mesi fa, in tempi pre-distanziamento sociale, ci eravamo interessati all’argomento con due associazioni studentesche, Bicocca Rainbow e LGBcatT, come parte della nostra attività di approfondimento sulle dinamiche sociali della nostra città. Qua sotto trovate l’audio integrale della chiacchierata che abbiamo fatto insieme, alcuni punti di cui tratterò in questo muro di testo sono già stati trattati in quell’intervista, probabilmente anche in modo migliore dai miei ospiti.

La chiacchierata che abbiamo fatto con queste due associazioni è soltanto uno degli ultimi cambiamenti che il movimento del Pride ha subito nel corso della sua vita. In Italia la prima parata che possiamo definire “del Pride” è da ricercarsi a Sanremo, nel 1972, in protesta al “Congresso internazionale sulle devianze sessuali“, ma solo il 28 giugno del 1981 si svolse la prima “festa dell’orgoglio omosessuale”, quindi la prima a utilizzare questa denominazione: questa fu organizzata grazie all’aiuto di Marco Bisceglia, sacerdote e poi attivista LGBTQIA+, in risposta all’omicidio di due giovani nel comune di Giarre, uccisi perché avevano una relazione omosessuale. Solo dal 2000 in poi i Pride cittadini ebbero cadenza annuale: il substrato di organizzazioni, associazioni e coordinamenti si fece più forte e più diffuso sul territorio, permettendo anche un dialogo con le istituzioni sulle tematiche che più riguardavano l’altro lato del Pride, quello “della parata”.

Il Pride nasce come risposta, inizialmente illegale, alle discriminazioni e alle violenze sistematiche di cui la comunità LGBTQIA+ è sempre stata soggetta all’interno della società istituzionalizzata. Con questo non voglio solo ricordare le violenze fisiche che i membri della comunità si devono aspettare all’interno della nostra società, ma anche le violenze psicologiche, i commenti fuori luogo, le discriminazioni sistematiche all’interno del mondo del lavoro.
Per anni la società ha garantito la possibilità di discriminare le persone senza ripercussione alcuna, e tutt’oggi non è che esista veramente una legge contro l’omobitransfobia.

Il 21 maggio abbiamo avuto un ricordo di quanto nel nostro paese la discriminazione sia così radicata che esiste un movimento parallelo a quello del Pride, il congresso della famiglia, creato da alcune figure minori della politica di destra e centrodestra, che arriva a parlare in parlamento facendo exploit sul fatto che la legge sull’omobitransfobia non sia necessaria, ma anzi dannosa, perché punta a censurare chi critica le devianze sessuali. Già solo l’esistenza di un contro-Pride, personificato dal Family Day, è un forte segnale sul fatto che parte della nostra società ritiene che la comunità LGBTQIA+ sia una fetta di popolazione di serie B.
Certo, in vent’anni ci sono stati cambiamenti sociali enormi e una risposta confusa e sconclusionata da quella parte della società che ancora crede nel mito della famiglia nucleare cattolica e borghese è soltanto ovvia: purtroppo sono loro che hanno il potere di far entrare il professor Ronco in parlamento ed equiparare pratiche sessuali tra persone consenzienti dello stesso sesso definendo il tutto come devianza sessuale. Purtroppo questa non è neanche la reazione isolata di un gruppetto di ultracattolici italiani: un terzo della Polonia adesso è considerata anti-LGBT, ovvero “l’ideologia” LGBT non è apprezzata o tanto meno accolta.
La Polonia, un pezzo d’Europa come l’Ungheria, che anche quest’anno si è dimenticata di rispettare i diritti umani nel silenzio generale di tutti gli Stati Membri.

Un piccolo aggiornamento datato 28 giugno 2020: a quanto pare la proposta di legge contro l’omobitransfobia ha cominciato l’iter burocratico per trasformarsi in legge vera e propria. Ritengo sia comunque cent’anni in ritardo, ma è qualcosa. I “ringraziamenti” che si sono mossi in favore di questa notizia sono, date le circostanze, molto tristi. Non si dovrebbe essere grati di essere trattati da persone.

Tutti questi discorsi escono fuori perché negli ultimi cento anni si è spinta una narrazione ben precisa: le identità diverse, omosessuali, intersessuali, transgender e quelle che andremmo a definire oggi come non-binarie sono state medicalizzate, in quanto identità non normali. Si contrapponevano al concetto di normalità, che è stata istituzionalizzata: e la normalità non era altro che un maschio bianco eterosessuale e cisgender. Lui è diventato il metro di paragone per il resto della società. Chi non era normale doveva essere pazzo, folle, traumatizzato da piccolo. Tutt’oggi si sta facendo passare questa narrazione quando si vuole trovare una giustificazione per il tasso di suicidi più alto tra le persone trans. Sia chiaro, non si indaga molto sulle motivazioni che portano il 51% delle persone trans ad attentare alla propria vita. Non si indaga mai a sufficienza sulle motivazioni retrostanti, ma si utilizza il dato dell’alto tasso di tentati suicidi per giustificare, all’interno delle istituzioni, un trattamento diverso rispetto alle persone normali, che in quanto normali non sono soggette a medicalizzazione o a controllo e disamina nei riguardi della propria identità.

Credo però sia arrivato il momento di giustificare il titolo. È un titolo sicuramente polemico. Io voglio fare polemica. Voglio che si crei un dibattito sulla natura del Pride, e non mi sto neanche riferendo alla parata in sè: quella è una celebrazione con un significato ben preciso, mi voglio riferire a quello che da ora in poi chiamerò Pride istituzionalizzato, ovvero quell’insieme di organi, coordinamenti e associazioni che vanno a creare la celebrazione della parata del Pride, quelli che, in pratica, dovrebbero infondere il significato a quei colori.

La risposta breve è che sì, c’è bisogno del Pride: ma non questo.
Non quello dell’anno scorso, non quello dell’anno prima.

La ragione è abbastanza semplice, in realtà: gran parte delle associazioni ascrivibili allo scenario LGBTQIA+ non sono interessate allo scenario LGBTQIA+ perché non sono affatto intersezionali o inclusive. Non essendo intersezionali non riconoscono la grande sovrapposizione tra alcuni gruppi di persone che compongono la nostra società e finiscono a lottare per la maggior parte per libertà negativa, e per la libertà positiva solo per una determinata fetta di persone.
Non essendo inclusive poi facilitano l’esclusione e la divisione tra le varie parti della comunità.

Libertà negativa: la possibilità di poter fare tutto ciò che crediamo all’interno della nostra vita privata

Libertà positiva: la possibilità di agire all’interno del sistema società attraverso strumenti socio-economici e di avere una vita soddisfacente.

Devo però spiegare cosa intendo per intersezionalità: il termine è stato introdotto per la prima volta nel 1989 da Kimberlé Crenshaw, giurista e attivista statunitense, per descrivere la sovrapposizione di diverse identità sociali.
Genere, etnia, orientamento sessuale, sesso, religione, età, provenienza e nazionalità sono soltanto alcune delle categorie che utilizziamo per identificare il mondo: queste vanno a comporre non solo l’individuo, ma vanno a creare anche la giustificazione per differenti forme di discriminazione.
L’intersezionalità ci informa che le forme di espressione e oppressione del singolo che appaiono binarie sono in realtà modellate e riferite a molte delle categorie elencate precedentemente. Essenzialmente, una donna nera può venir discriminata non tanto in quanto donna o in quanto persona di colore, ma in quanto persona che si ritrova nell’intersezione di due macro-categorie che la rendono soggetto svantaggiato all’interno della società.

Da questo punto, con intersezionalità, non andrò più a riferirmi ad una mera teoria; bensì ad una struttura analitica per l’analisi della realtà che ritengo sia necessaria se si vuole almeno fare finta di fare attivismo in modo serio, e l’analisi di due delle macro-categorie citate precedentemente è uno step necessario alla comprensione dell’inutilità del Pride istituzionalizzato degli ultimi anni.

Il genere è come ci si identifica all’interno del palcoscenico sociale: Judith Butler nel 1990, all’interno di Gender Trouble, sosteneva come il genere fosse semplicemente una performance sociale all’interno del palcoscenico della realtà.

Il sesso, o sesso biologico, è inteso come Maschio o Femmina, in base alle caratteristiche sessuali della persona alla nascita. O si è M, o si è F.
Il problema di questa visione così binaria è che inevitabilmente ogni soggettività riconoscibile all’interno dello spettro intersex non è riconosciuta come valida da parte della società. Queste persone si ritrovano, nei primi momenti di vita (quindi senza poter esprimere alcun tipo di consenso), soggette alla sistematica assegnazione di un sesso e alla possibile conseguente mutilazione per meglio aderire a quel sesso.

Il Pride istituzionalizzato ha al proprio interno alcune associazioni che più volte si sono dimostrate non inclusive e verrebbe da pensare transfobiche: prima tra tutte Arcilesbica. Quest’ultima è presente sul territorio nazionale da molto tempo: da prima della mia nascita si batte per l’ottenimento di diritti relativi alle donne e alla loro libertà positiva all’interno della società. C’è un problema però: le donne per cui combattono devono essere donne biologiche, o almeno così sembra da una serie di dichiarazioni e azioni intraprese ultimamente. Devono essere donne nate donne, cresciute donne, introdotte all’interno della società come donne. C’è una logica di fondo dietro questa loro campagna, per quanto poco condivisibile: hanno paura che l’introduzione del concetto di identità di genere possa ledere in qualche modo le loro battaglie in favore delle donne biologiche. Questa campagna, che ha avuto soltanto un ultimo exploit di recente, è espressione di un sentimento comune che si respira da molti anni nella sfera del femminismo più radicale. Il problema è nella loro non inclusività e nella posizione di Arcilesbica come una delle tante teste dei Pride degli ultimi anni.

D’altro canto Arcilesbica è solo una delle tante associazioni presenti al Pride: altre, magari più inclusive, risultano in realtà repliche di associazioni eteromononormate che si battono per l’applicazione di categorie patriarcali borghesi alla comunità LGBTQIA+. Questo è quello che si va a definire come sussunzione.

La sussunzione è l’inglobamento e la modifica delle parti liminari della società affinché esse possano essere integrate all’interno della società borghese: questo processo è un processo altamente discriminatorio. A seconda di come si esplica si può pensare ad una sorta di razzismo d’élite: una nota agenzia di stampa dei Paesi Bassi, ad esempio, profila i propri collaboratori sotto il punto di vista etnico per mostrare il più possibile le minoranze, ma solo quelle che sanno parlare bene la lingua. Quindi il “nero che sa parlare” verrà deumanizzato e messo in un posto relativamente affermato in condizione di puro strumento di discriminazione. Tutti noi lo facciamo, anche inconsciamente: quante volte avete sentito dire “quel gay non è come gli altri, in pubblico non fa cose strane” o si è definito il suo ruolo sociale in merito al suo lavoro sostenendo fosse “ben integrato”? E quante volte si è sentita la stessa cosa di persone di una determinata etnia, sostenendo che non fossero come gli altri? La parte liminare della società viene inglobata nella società borghese tradizionale perché la parte liminare si adatta alle categorie che la società borghese propone. Questa integrazione però non risolve in alcun modo la discriminazione sistematica a cui le macrocategorie di cui fanno parte gli individui sono soggette.

Quando vado a definire quindi queste associazioni come repliche di associazioni eteromononormate, intendo dire propriamente che sono delle associazioni di persone completamente disinteressate dalla lotta politica ma che sono all’interno dello scenario LGBTQIA+ solo ed esclusivamente per l’aspetto della festa, che questa sia la parata dell’ultimo sabato di giugno o che questa sia una festicciola organizzata dal collettivo studentesco che non si occupa di attivismo dalla sua fondazione. Se uno dei rischi è il fondamentalismo femminista e l’altro è la completa inazione perché oramai si è degli stereotipi delle minoranze che si vogliono difendere, è evidente che c’è un problema di fondo.

A questo proposito dobbiamo chiederci se, banalmente, è quello che vogliamo. Dico vogliamo perché non è un segreto che io mi senta parte della comunità LGBTQIA+. Vogliamo effettivamente il semplice riconoscimento da parte di una società borghese che ancora non ha risolto i problemi evidenti di discriminazione? Oppure vogliamo l’integrazione attraverso la modifica della società? Se la comunità LGBTQIA+ diventa infatti solo ed esclusivamente uno specchietto che rappresenta in tutto e per tutto la società patriarcale e borghese ma rosa, facendo finta non esistano gli ovvi controsensi nell’integrazione senza risoluzione dei problemi, allora è evidente che si sta sbagliando qualcosa. È evidente che negli ultimi anni si è abbandonata la sfera dell’attivismo per ripresentare giugno come il mese del Pride: un mese in cui le aziende possono mettere il bannerino arcobaleno su Twitter mentre finanziano e sponsorizzano uno o più carri del Pride e commettono al contempo atrocità e sfruttano i lavoratori. Un Pride veramente intersezionale e inclusivo non si lascia finanziare da coloro che hanno le mani sporche di sfruttamento: un Pride inclusivo e intersezionale non vuole delle famiglie arcobaleno, un Pride inclusivo e intersezionale vuole l’assoluta parità tra gli individui a prescindere dal sesso, dall’etnia, dall’identità di genere o da qualsiasi altra macro-categoria e fa di tutto per porre in essere le condizioni per cui la parità non sia una mera definizione giuridica.

Quindi, a quando un “Nuovo” Pride?

Marco Bacchella