Tutto comincia negli anni Settanta, in un oratorio di Lecco. Luciano Gualzetti, allora adolescente, inizia a portare la legna a un’anziana signora che d’inverno si scalda con una piccola stufa. È proprio quest’esperienza a rivelare a Luciano che il mondo è pieno di persone che hanno bisogno, non solo di beni materiali, ma anche di umanità.
Da quel ragazzo che faceva piccoli gesti concreti nel suo quartiere, è nata una carriera interamente dedicata all’accoglienza della povertà. Di ogni tipo di povertà. Vice-direttore di Caritas Ambrosiana dal 1997, poi primo direttore laico dal 2016 al 2024, quando assume la guida come presidente di Opera Cardinal Ferrari: una realtà storica nel panorama milanese del terzo settore, attiva da più di cent’anni, che ogni giorno accoglie 250 persone senza dimora e le accompagna in un percorso verso l’autonomia.
Ad attendere Luciano in studio c’è la domanda misteriosa lasciata dall’ospite precedente (Francesca Caon): “Qual è il suo prossimo viaggio?”
Gualzetti la legge in senso metaforico. Non pensa a una destinazione geografica, ma a una sfida che considera urgente e irrisolta: Come può una città come Milano evitare di disumanizzare i più fragili?
Non possiamo ignorare i senza dimora, gli stranieri, gli invisibili. La vera sfida è capire come, partendo proprio da queste storie, possiamo costruire politiche, comunità e città più tolleranti e accoglienti.
È una visione che ribalta la prospettiva: non si parte dai forti per arrivare ai deboli, ma si parte dagli ultimi per ripensare tutto.
Importante è capire la complessità del concetto di povertà, un fenomeno variegato e pluridimensionale che non si ferma alla semplice mancanza di beni materiali. Nell’ultimo quarto di secolo, infatti, le diseguaglianze sono aumentate e con esse le forme in cui la povertà si manifesta: c’è quella materiale, certo, ma anche quella educativa, e poi il fenomeno sempre più prepotente della solitudine, quindi una povertà relazionale.
Eppure Gualzetti non cede al pessimismo. Anzi, mantiene una fiducia incrollabile nelle persone; in tutte le persone, comprese quelle che la società tende a scartare. Ed è proprio questa fiducia il motore del suo impegno.
Gualzetti distingue con nettezza tra la prestazione e il vero aiuto. La prestazione è il pacco viveri, il contributo economico ogni tanto, il gesto fatto per mettere la coscienza in pace. Ma il vero aiuto è qualcosa di radicalmente diverso.
«Bisogna smettere di trascurare le persone in difficoltà e iniziare a vederle come individui con dignità, con alle spalle percorsi difficili, ma anche pieni di risorse, capacità e desideri».
Solo quando avviene questo “scatto di percezione” l’aiuto diventa autentico. Solo quando si vede la persona, non il problema, si può davvero agire concretamente.
Questo principio guida il lavoro quotidiano di Opera Cardinal Ferrari. Ogni ospite viene accolto non come un numero o una categoria, ma come una storia da conoscere: Cosa ha portato quella persona a vivere in strada? Quali sono i suoi desideri, le sue capacità? A partire da queste domande si costruisce un percorso fatto di interventi essenziali — un pasto caldo, abiti puliti, cure mediche — ma anche di attività che restituiscano dignità e senso di appartenenza a una comunità.
Tra le persone senza dimora, le donne portano spesso il peso più drammatico. Opera Cardinal Ferrari lo sa e per questo ha attivato Cielo stellato: un centro diurno e notturno dedicato all’accoglienza di donne senza dimora o in gravi difficoltà economiche. In inverno, aderisce al Piano freddo del Comune di Milano, offrendo riparo notturno a una ventina di donne.
Un progetto a cui Gualzetti tiene molto, emblematico di un approccio che non si accontenta della risposta generica, ma cerca quella calibrata, attenta, capace di vedere le differenze all’interno della povertà stessa.
Il viaggio di Luciano Gualzetti, insomma, non ha una destinazione finale. È un cammino continuo verso chi rischia di scomparire dalla nostra vista. Un viaggio che è sempre ricco di speranza. Non la speranza ingenua di chi non ha visto abbastanza, ma quella concreta di chi ha scelto, ogni giorno, di guardare.
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