Livia Accorroni, quel G8 che mi ha trasformata in fundraiser – ep. 71

  • Aired on 26 Giugno 2026
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Livia Accorroni, quel G8 che mi ha trasformata in fundraiser - ep. 71
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Un politico le ha detto, di recente, che “dono è l’anagramma di nodo, e poi il nodo non lo sciogli”. Livia Accoroni, responsabile raccolta fondi e comunicazione della cooperativa sociale Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona, racconta l’episodio con una punta di amarezza. Perché lei sa bene che il dono, al contrario, è libertà: la sua prima e più essenziale caratteristica. Lo ha capito venticinque anni fa, quando un corso alla Fundraising School e le parole del professor Valerio Menandri le hanno mostrato un mestiere che non sapeva di cercare.

Prima aveva inseguito il sogno della cooperazione internazionale, poi il G8 di Genova del 2001 e la morte di Carlo Giuliani avevano cambiato qualcosa dentro di lei. «Ho capito che se davvero c’era una versione di mondo possibile nella quale credevo, un mondo equo, un mondo giusto, un mondo ricco di relazioni, quello era il mondo che volevo costruire» Il fundraising è diventato la sua strada: una scelta di campo, una vocazione laica, il modo per “dare fiato e gambe e ossigeno” a un’idea di mondo.

L’arte della relazione

Fare fundraising in Italia, soprattutto fuori dalle grandi organizzazioni blasonate, non è mai stato semplice. «Ancora oggi, dopo venticinque anni, parlare di fundraising fa paura, fa chiudere i direttivi», dice Accoroni. Fa paura perché ha a che fare con il dono, confuso con la vendita o con l’obbligo; perché chiede di saper accettare i no, «il fundraising è un mestiere di no: costruisce mondi su tanti no e pochissimi sì che però fanno la differenza»; perché tocca le dinamiche di potere interne alle organizzazioni. Eppure questo lavoro, fatto di mappature delle relazioni e cronoprogrammi, è un atto profondamente relazionale prima ancora che economico. Accoroni usa la metafora della scatola di bottoni della nonna: mappare le relazioni di un ente significa mettere ordine in quei legami spaiati e dimenticati, pronti a diventare risorse. A patto che ci sia prima una solida comunicazione interna, senza la quale il fundraising resta chiuso nell’ufficio di un singolo. Perché quando un ente chiama la propria comunità a donare, sta facendo qualcosa di più grande della raccolta fondi: sta diffondendo fiducia, sta rendendo le relazioni più calde e trasparenti. «Il fundraising è il motore del bene comune attraverso i doni».

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