Umanità è il concetto generativo con cui si apre la puntata. Guido Harari, fotografo e critico musicale italiano, ha trasformato negli ultimi anni la sua carriera spostandosi verso il sociale e le persone reali.
Rispondendo alla domanda misteriosa di Luca Maniscalco, secondo Harari, la parola del 2026 è futuro e lui si chiede: «Che futuro ci aspetta? Che futuro saremo in grado, ognuno nel proprio piccolo, di creare per sé?»
Il fotografo italiano considera la speranza un alibi e nella sua carriera ciò in cui ha sempre cercato conforto è stata l’azione.
Lavorando sugli archivi di altri fotografi, Harari è stato in grado di uscire dalla propria bolla e a «cercare il suo sguardo nello sguardo di altri autori». Da qui è partita l’idea e nel 2011 ha fondato ad Alba la Galleria fotografica ‘Wall of sound’ con il desiderio di interfacciarsi con i suoi colleghi. Si è ispirato al lavoro di Henry Diltz che, chiamando a raccolta chi lavorava con lui, fonda la Morrison Hotel Gallery negli Stati Uniti d’America compiendo un’operazione di storicizzazione della fotografia musicale.
Il percorso dell’autore non si è mai cristallizzato in uno stile o soggetti specifici; di fatti, subito dopo la pandemia, nasce il sogno di includere oltre a nomi celebri, anche volti sconosciuti.
L’idea fu concretizzata quando la mostra “Occhi di Milano” arrivò alla Fabbrica del Vapore. Con il progetto “Ritratti sospesi” nato in collaborazione a organizzazioni di terzo settore come Vidas e Progetto ARCA, venne installato il set fotografico “caverna magica” in cui l’obiettivo è quello di incontrare l’altro, entrare in contatto con sconosciuti e in questo modo scattare, non solo il loro viso, ma con esso il loro vissuto e sensibilità.
Ogni foto formalmente è identica, ma dietro cela storie emotive differenti di persone reali con cui non ci sono inganni o prodotti da vendere: si può davvero andare in profondità.
Nel 2025 è nata una collaborazione con Federazione Cure palliative e Harari la definisce una scoperta emozionante.
«Mi sono trovato a relazionarmi con persone che avevano poco tempo davanti. C’è stato un cambio di umore in queste persone che si sono sentite rivitalizzate dall’attenzione dedicata loro, lasciando stare la foto in sé. Questo mi ha fatto riflettere sull’importanza del momento dell’incontro e di come questo possa trasformare davvero le persone e dare loro un futuro quando non ce n’è».
L’avviamento della “caverna magica” è accaduto subito dopo il Covid, in cui si sentiva un estremo bisogno di contatto.
«Ero rimasto colpito dal fatto che prima del ritratto le persone mi raccontassero le loro vicissitudini e mi chiedevo perché parlassero proprio con me… Mi sono accorto di quanto mi mancasse questo scambio umano, che ad esempio mancava quando fotografavo VIP dove tutto era “studiato”».
Guido Harari afferma che la fotografia in periodo Covid stava fallendo poiché non riusciva a raccontare quello che succedeva e le piccole storie di ognuno.
«Se l’atto fotografico cambia qualcosa nella psicologia del soggetto e nella visione di sé stesso, allora lì hai fatto un intervento importante».
Ma che Razza di Umani è il videopodcast che intercetta e racconta chi opera nel sociale (non profit o terzo settore), agendo ogni giorno per migliorare il contesto che abita. È un progetto editoriale di Spazio Umano APS e si propone di essere un luogo che favorisce il contatto tra bisogni e risposte.
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