L’aumento dei prezzi di carburante e bollette non colpisce tutti allo stesso modo. Dietro i numeri dell’inflazione energetica si nasconde una geografia della vulnerabilità che i sistemi di welfare faticano a correggere.
Il contesto è noto: i conflitti in Medio Oriente hanno scosso i mercati energetici globali, come ha sottolineato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. Le ripercussioni sociali saranno lunghe e profonde. In alcuni Paesi asiatici, fortemente dipendenti dalle forniture che transitano per lo stretto di Hormuz, i tagli al welfare sono già realtà. L’Europa, Italia compresa, potrebbe non restare a guardare ancora per molto.
Chi non riesce a scaldarsi
In Italia il 9% delle famiglie, circa 5,6 milioni di persone, vive in condizioni di povertà energetica. La definizione riguarda chi spende una quota sproporzionata del proprio reddito per l’energia domestica, ma il dato più inquietante è quello sommerso: ci sono famiglie con redditi così bassi da non potersi permettere nemmeno di accendere il riscaldamento.
La disuguaglianza emerge anche guardando le percentuali di reddito destinate all’energia: le famiglie più povere arrivano all’8-9%, quelle più benestanti si fermano al 3-4%, come spiega l’economista della Banca d’Italia Luciano Lavecchia. Lo stesso bene di prima necessità pesa in modo radicalmente diverso a seconda di dove ci si colloca nella scala sociale.
Muoversi: un diritto che non tutti possono permettersi
C’è poi un secondo fronte, meno discusso: la povertà dei trasporti. Secondo la Fondazione Sviluppo Sostenibile, oltre 7 milioni di Italiani non riescono a sostenere i costi della mobilità, privata o pubblica. A questi si aggiunge un numero simile di persone che vivono in aree dove il trasporto pubblico è semplicemente insufficiente. Spostarsi non può essere un lusso: condiziona l’accesso al lavoro, all’istruzione, alla sanità. È, a tutti gli effetti, un’infrastruttura del welfare.
Tamponare non basta
Le misure adottate dal nostro governo per ora riguardano i prezzi (tagli alle accise, tetti ai prezzi), ma hanno un difetto strutturale: sono temporanee, costose e tendono a favorire chi consuma di più, cioè i meno bisognosi. Agire sui prezzi non risolve le cause della vulnerabilità.
Quello che manca è un approccio diverso che integri obiettivi sociali e ambientali in una visione organica: il cosiddetto welfare eco-sociale. L’idea è che la transizione energetica e la riduzione delle disuguaglianze non siano obiettivi in conflitto, ma possano, o meglio debbano, procedere insieme.
In Italia manca ancora una politica pubblica che che spinga in questa direzione, ma segnali positivi arrivano dalla società civile e dal terzo tettore, che stanno iniziando a ragionare in modo meno compartimentato.
Questa nuova crisi potrebbe essere l’occasione giusta per cambiare paradigma.




