Viviamo in un’epoca di straordinaria interconnessione tecnologica, eppure il senso di isolamento fisico e psicologico non è mai stato così pervasivo. È il grande paradosso della modernità: siamo costantemente online, ma sempre più soli. A squarciare il velo di questa condizione intergenerazionale è il rapporto dell’OMS sulle solitudini, recentemente tradotto in Italiano dal Cultural Welfare Center (CCW). Il documento non si limita a un’analisi accademica, ma lancia un grido d’allarme: la solitudine è una priorità di salute pubblica globale ed è indispensabile affrontarlo con politiche integrate.
Un fenomeno sistemico, non individuale
Contrariamente ai cliché, la solitudine non riguarda solo gli anziani; attraversa ogni fascia d’età, colpendo con particolare durezza i giovani, le persone con disabilità, i migranti e altre minoranze. L’OMS distingue nettamente tra isolamento sociale, cioè la condizione oggettiva di avere poche interazioni, e solitudine, ossia lo stato emotivo soggettivo di chi non vive la connessione sociale che desidera. Entrambe le condizioni, però, erodono la salute allo stesso modo: circa 871.000 decessi all’anno nel mondo sono attribuibili a questa “epidemia silenziosa”, che aumenta drasticamente il rischio di malattie cardiovascolari, ictus, ansia e depressione.
Per cambiare rotta serve un cambio di paradigma: «La solitudine non è semplicemente un problema di salute mentale individuale. Quando si guarda a una persona, bisogna riconoscere che fa parte di un sistema più ampio. Per affrontare davvero la solitudine, quindi, non bisogna considerarla con un approccio medico individualizzato, ma individuare le cause sistemiche che portano le persone a sentirsi sole» come ha testimonianza Silvana, studentessa migrante indonesiana
Nel 2025 la svolta storica
Nel maggio del 2025, l’Assemblea Mondiale della Sanità ha segnato un punto di svolta storico integrando formalmente la connessione sociale tra i parametri della salute pubblica. Non è solamente un atto simbolico: gli Stati membri sono ora impegnati a monitorare la connessione come un parametro politico misurabile e a implementare piani operativi.
Tra le soluzioni più avanzate emerge il social prescribing (prescrizione sociale), un modello che permette ai medici di “prescrivere” attività comunitarie. Qui entra in gioco il link worker, un professionista che accompagna l’individuo verso risorse territoriali, ricostruendo il tessuto della fiducia.
Tuttavia, la struttura stessa delle nostre città deve cambiare. Serve un’infrastruttura sociale fatta di spazi pubblici che favoriscano l’incontro senza barriere:
«Abbiamo bisogno di più compassione nella società nel suo insieme. Creare semplicemente più relazioni non basta, perché nella nostra società esistono una paura e una diffidenza così diffuse nei confronti dell’altro da renderci facilmente ancora più isolati attraverso connessioni forzate. Ciò che conta davvero è il modo in cui ci connettiamo. Abbiamo bisogno di ricostruire legami profondi tra le generazioni, di spazi di incontro comunitario che siano curati e mantenuti e di riattivare i nostri ‘muscoli sociali’» da una testimonianza del rapporto.
Verso la società della prossimità
L’OMS ha già delineato gli strumenti fondamentali per questa transizione, tra cui: un Indice globale della connessione sociale e un Acceleratore di interventi per scalare le soluzioni più efficaci. L’obiettivo è il passaggio a una “società della prossimità”, dove il benessere sociale sia un diritto fondamentale protetto da politiche e finanziamenti mirati.
In questo percorso, verso una risposta collettiva e strutturata, la speranza risiede nella capacità di riprendersi cura dell’altro. Come recita una delle testimonianze del rapporto:
«Vivo nel qui e ora con fiducia, con la speranza che, prima o poi, noi, come comunità, prenderemo l’iniziativa e ci preoccuperemo che dobbiamo affrontare quella solitudine».
E noi quale ruolo vogliamo avere nella costruzione di legami comunitari più solidi nel nostro quotidiano?




