Potremmo definirlo il peso invisibile della cura… per le donne, soprattutto. È così in Italia quando parliamo di caregiving. Il ruolo di caregiver, infatti, è tradizionalmente appannaggio delle donne. Come se la cura, pesasse quanto una piuma.
I ruoli di genere non sono innati
Come scrisse Simone de Beauvoir nel suo Il Secondo Sesso, l’inferiorità della donna è qualcosa di socialmente e storicamente costruito. E la “protezione” che l’uomo darebbe in cambio del suo assumersi il ruolo di caregiver familiare e che serve a giustificare la sottomissione della donna, a cui la società insegna fin da subito a costruirsi una gabbia con le proprie mani. I carichi di cura sono tradizionalmente assegnati all’interno delle pareti domestiche e ancora oggi in Italia è una convinzione che si sente troppo spesso sulla bocca dei giovanissimi.
La scelta tra l’essere madre e l’essere indipendente, mantenersi un lavoro e costruirsi una carriera, è una decisione a cui le donne non dovrebbero sentirsi sottoposte. Eppure decisamente troppo spesso è così.
«Quando ho scritto il mio curriculum per concorrere per l’ufficio semidirettivo ho trovato un “buco” di 10 anni per essermi occupata dei miei figli. I miei colleghi maschi, in quei 10 anni, avevano scritto, tenuto relazioni, creato rapporti e riempito il loro ricco curriculum. Hanno vinto su di me, perché per dirigere un ufficio giudiziario non conta nulla aver cresciuto due splendidi bambini»
Paola Di Nicola Travaglini nel libro La giudice. Una donna in magistratura
Cresciamo tutti in una società dove occuparsi dei figli è il compito naturale di una donna, mentre se una donna decide di preferire la carriera al ruolo di madre viene spesso considerata egoista e l’uomo, al contrario, è un vero eroe se, oltre al tradizionale ruolo di colui che lavora e legge, si assume anche il ruolo di padre a tempo pieno (quando non corre il rischio di essere definito “mammo”).
I ruoli di genere creano un sistema di aspettative che limita non solo le donne, ma anche gli uomini, favorendo disuguaglianze che incidono sul lavoro, sulla famiglia e sulle opportunità di ciascuno.
Anche i numeri parlano
Le donne sono il 71% dei caregiver familiari. Una stima del 2018 dell’Istat sul tema riconciliazione lavoro e famiglia rileva che, su un campione di circa 13 milioni di persone con responsabilità di cura (tra familiari non autosufficienti e figli minori di 15 anni), i caregiver familiari sono circa 3 milioni e mezzo (il 34,4%). In Italia, così come nella maggior parte dei Paesi del mondo, è la donna ad assumersi maggiormente il ruolo di caregiver familiare. Di solito si tratta di donne di età compresa tra 45 e 64 anni che svolgono anche un lavoro fuori casa o che hanno dovuto abbandonare la propria attività lavorativa per dedicarsi, a tempo pieno, alla cura.
Le donne si fanno carico del 74% del totale delle ore di lavoro non retribuito di assistenza e cura (5 ore e 5 minuti di lavoro non retribuito di assistenza e cura al giorno, contro 1 ora e 48 minuti degli uomini). Non c’è quindi da stupirsi se 1 donna su 5 presenta le dimissioni dopo la nascita del primo figlio, con motivazioni legate alla mancanza di servizi e di reti di supporto.
Per gli uomini, al contrario, la causa prevalente delle dimissioni è di tipo professionale: dai dati Eurostat e Ispettorato Nazionale del Lavoro del 2024, il 79% dei lavoratori dichiara di abbandonare il lavoro per passare ad un’altra azienda e solo il 7% lo riconduce all’esigenza di cura dei figli.
Ciò che stupisce è ritrovare queste tendenze nei dati che riguardano i giovani tra i 14 e i 18 anni: il 57% delle ragazze che vive con genitori sposati si dedica ai lavori domestici per una media di 40 minuti al giorno e il 65,3% di quelle che vivono con un genitore solo per circa 56 minuti al giorno; al contrario dei ragazzi, dove il 35% che vive con genitori in coppia spende circa 18 minuti al giorno ad aiutare in casa, mentre quelli che vivono con un genitore solo impiegano leggermente più tempo (26 minuti).
Si tratta di dati che fanno emergere quanto gli stereotipi di genere siano ancora radicati.
Il lavoro della mamma
Con 150 giorni di congedo obbligatorio, dopo la nascita di un figlio, per le donne e solamente 10 per gli uomini sembra difficile un cambio di rotta. Viviamo in una società in cui è stato stabilito che agli uomini spetta il lavoro produttivo, il lavoro che garantisce un salario, un ben determinato status sociale e una pensione tranquilla; mentre alle donne quello riproduttivo: non retribuito (se non che in amore e/o soddisfazione personale) e spesso nascosto dietro l’impressione di una vita – e una casa – sempre sotto controllo. Un lavoro riproduttivo che oggi si somma a quello produttivo, almeno fino a quando molte donne non sono costrette ad abbandonare la carriera per dedicarsi alla “mamma a tempo pieno”.
Il prezzo è l’indipendenza. E con l’indipendenza la carriera, la rinuncia a coltivare le proprie passioni per mancanza di tempo e il benessere emotivo. Il peso del conciliare vita e lavoro non è indifferente ed è spesso dato per scontato, svalutato, giudicato.
In questo contesto la chiave per il cambiamento potrà essere impersonata da una paternità consapevole e una spinta forte e decisa verso l’abbattimento di quegli stereotipi che ancora frenano l’eguaglianza.





Non sono femminista e non mi riempio la bocca a sproposito con parole tipo “patriarcato” ma un’inversione di tendenza non potrà cadere dall’alto. Sei donna e vuoi “tutto”? Ok. Trovati un uomo con il quale poter camminare alla pari. Troppo facile non parlare nella coppia di certi argomenti PRIMA di metter al mondo un figlio e piangere poi DOPO. Va da sè che sia la donna (almeno per ora dato che il delirio di uomini partorienti ed uteri artificiali si sta allargando) a portare in grembo la vita ma terminati i nove mesi… Riassumendo: se la donna si piange addosso e fa la vittima, tale resterà. Donne che scendono in piazza urlando slogan imbarazzanti invocando chissà quali libertà e poi abbassano la testa davanti a fidanzati/mariti/ compagni. Così non si andrà mai da nessuna parte. I compromessi non porteranno mai da nessuna parte.
Grazie del commento, se ti piace quello che scriviamo prova a dare un occhio qui: https://macherazzadiumani.substack.com/
Grazie di cuore della tua partecipazione alla discussione.
Inutile lasciare commenti se non li pubblicate
Scusa il ritardo, commento pubblicato. 🙂