Un patto generazionale per attirare i giovani nel terzo settore 

Che idea hanno i giovani delle organizzazioni non profit? È proprio da questa domanda che parte l’inchiesta di Leaders 4 Future, a fronte delle difficoltà di recruitment dei giovanissimi nel terzo settore. Ne emerge che la Gen Z vede le organizzazioni non profit come un potenziale veicolo di cambiamento sociale e crescita personale, ma la percezione di affidabilità e attrattività da parte del mondo del non profit è in calo a causa delle condizioni lavorative che offre.

Punti di forza e debolezza del terzo settore 

Dal punto di vista aspirazionale, il terzo settore offre tradizionalmente tantissimo: impegno sociale, protagonismo civico, crescita personale e professionale. Tuttavia ciò che percepiscono i giovani è un sostanziale disequilibrio tra ciò che il non profit è in grado di offrire dal punto di vista aspirazionale e il guadagno economico.

I giovani vogliono lavorare, ma in condizioni adeguate. Nonostante il terzo settore sia stato per parecchio tempo uno dei maggiori bacini occupazionali in Italia (circa un milione di lavoratori a tempo indeterminato, con un PIL del 4%), la Generazione Z considera prioritario l’equilibrio vita-lavoro, insomma non credono nel motto: Il tempo è denaro. Piuttosto questo cambiamento di paradigma veicola il mantra: Il tempo è IL denaro, ponendo al centro dell’attenzione il tema della salute mentale, particolarmente rilevante per quella che è stata definita “Generazione ansia”.

Cosa deve cambiare nel terzo settore

Come hanno sottolineato molti dirigenti delle organizzazioni non profit intervistati da Leaders 4 Future: «I giovani non sono più disposti a buttarsi nel fuoco per una buona causa quanto le generazioni precedenti» (Guglielmo Micucci di Amref) e non sono interessati solo al brand: «Sì, bello il WWF, ma che prospettiva mi offrite?» (A.Prampolini DG WWF); «Devono capire che questo prima che un lavoro è un impegno sociale e ambientale» (G.Zampetti DG di Legambiente).

Ecco allora che per rispondere a questo cambiamento antropologico della Gen Z, il consiglio che emerge dall’inchiesta è che le organizzazioni non profit lavorino sull’employer branding. Cosa significa? Investire sulle strategie per costruire una narrazione efficace per far comprendere realmente ai giovani la missione e l’impatto sociale. Rinnovare le risorse umane e adeguare gli stipendi sono i punti di forza contrattuali che ora occorrono più che mai al terzo settore. 

Serve un patto generazionale 

I giovani non vivono in una bolla di egoismo. Anzi, quello che salta all’occhio oggi più che mai è proprio la loro attenzione ai problemi sociali e ambientali, anche – e soprattutto – al di fuori del web. La Generazione Scansafatiche, protagonista delle prime pagine dei giornali, deve combattere per un riscatto sociale che gli è decisamente imposto; una generazione chiamata a prendersi responsabilità dalle medesime persone che la considerano incapace di assumersele. Millenials e Gen Z sono già la metà della popolazione mondiale e sono pronti cambiare le carte in tavola, dimostrando una creatività e voglia di innovazione senza pari. Le nuove generazioni stanno spingendo quelle più anziane a ripensare la propria narrativa e i propri paradigmi lavorativi, uscendo spesso dagli schemi per stare al passo con i tempi. 

Serve, come spiegato da Francesco Petrelli, responsabile Istituzionale Oxfam Italia, un vero e proprio «patto generazionale», affinché sia i giovani che le organizzazioni non profit possano esprimere il massimo potenziale di miglioramento sociale in una situazione di equilibrio personale e benessere organizzativo.

Giovani, risorsa per il terzo settore

Sono sempre di più i giovani che spalancano le porte ad attività in settori sempre più innovativi. Secondo il focus di Censis Confcooperative, si tratterebbe quasi di un piccolo esercito – 144.000 giovani tra i 15 e i 29 anni – che, grazie all’autoimprenditorialità, aprono attività in diversi settori, prevalentemente innovativi e tecnologici, battono la crisi, fanno impresa e creano lavoro. Sono i cosiddetti EET: Employer Educated and Trained, giovani titolari di imprese in settori specifici: «La comunicazione, mediata da strumenti sempre più sofisticati, ha generato un mercato su cui i giovani si stanno proponendo come principali erogatori di servizi, fino a monopolizzare l’offerta e ad assumere, in questo campo, un livello di competenza che asseconda il ritmo dell’innovazione continua che spiazza le generazioni precedenti».

Secondo i dati Censis, tra il 2017 e il 2024 sono triplicate le imprese giovanili che si occupano di pubblicità e ricerche di mercato (+228,7%), aumentate del 206,4% quelle che offrono servizi di direzione aziendale e consulenza gestionale. Incrementi significativi si registrano anche nella produzione cinematografica, televisiva e musicale (+65,9%), nella produzione di software e consulenza informatica (+52,4%), nei servizi postali e di corriere (+44,1%), nelle attività di leasing operativo e noleggio (+35,5%). 

Come sta cambiando il mercato occupazionale giovanile italiano? Ciò che si evidenzia è una marcata tendenza verso «una economia delle competenze», con una crescente domanda di capitale umano qualificato; non a caso si osserva un significativo incremento del 3,1% nel numero di ragazzi occupati con laurea e post laurea, numero che oggi costituisce il 23% del totale.

«Tale evoluzione nel panorama occupazionale pone l’Italia di fronte alla sfida cruciale di allineare il sistema formativo alle esigenze di un’economia sempre più imperniata su competenze e sull’innovazione continua, per evitare il rischio di un mismatch strutturale tra domanda e offerta di skill». – continuano il report di Confcooperative e Censis.

Il futuro dell’impegno sociale 

Per il terzo settore oggi i giovani si trovano al centro di una sfida cruciale: quella di ridefinire il futuro dell’impegno sociale. Le organizzazioni non profit, storicamente un simbolo di cambiamento e altruismo, devono affrontare una realtà in cui la Generazione Z non si accontenta più di idealismi: cerca opportunità concrete, condizioni di lavoro dignitose e un vero equilibrio tra vita privata e professionale.

Le organizzazioni non profit devono ripensare le proprie strategie, investendo in una narrazione che valorizzi non solo le loro missioni, ma anche il benessere dei lavoratori. Il terzo settore ha bisogno di ascoltare la voce di questa nuova generazione che è pronta a mettersi in gioco per un mondo migliore. La richiesta di un patto generazionale non è solo un appello: è un imperativo.

Se il non profit non evolve, rischia di rimanere indietro in un panorama occupazionale sempre più dinamico e competitivo. Il futuro del terzo settore dipende dalla capacità di attrarre e integrare il talento dei giovani, trasformando la loro passione in un’energia trainante per il cambiamento sociale. 

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